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Giorno della Memoria 2008
DIVENTARE TESTIMONI
a cura di Francesca Pietracci
Forum degli studenti
delegazioni delle Scuole Superiori Statali
e Liceo Renzo Levi della Comunità
Ebraica di Roma
Mercoledì 30 gennaio 2008
ore 9.00 - 11.00
Auditorium Piazza Adriana, 3 - Roma
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30 gennaio 2008, Auditorium di
Piazza Adriana, ore 9,30. Si apre
il Forum “Diventare testimoni”,
organizzato dalle Fondazioni
ANRP e ANMIG, un incontro
tra le delegazioni di studenti
delle scuole superiori statali e
del liceo Renzo Levi della
Comunità Ebraica di Roma, per
vivere in modo del tutto nuovo il“Giorno della Memoria” e ricordare
le vittime del nazismo.
Non sarà capitato troppo spesso
all’imponente e austera sala
dell’Auditorium di piazza
Adriana di accogliere, così
numerosi, tanti giovani studenti!
Stavolta sono proprio loro a gremire
quella platea che ha spesso
ospitato, in varie occasioni e per
importanti iniziative, il pubblico
dei “grandi”, che ha visto relazionare,
in convegni e seminari,
illustri personaggi del mondo
della politica e della cultura. In
quella sala tante volte abbiamo
ascoltato la voce dei testimoni
diretti, di coloro che hanno vissuto
la deportazione e l’internamento
nei lager nazisti; le loro
parole ci hanno toccato profondamente
le corde emotive;
abbiamo ascoltato in concerto
l’eco strug- |
gente di dolci ninne nanne, canti di donne nella shoah; abbiamo spesso affrontato in conferenze e seminari il tema dei diritti umani, diritti negati agli IMI, di cui solo da poco si sente parlare, nonostante il “Giorno della Memoria” sia dedicato anche a loro, insieme ai tanti deportati militari e politici perseguitati e umiliati, che portano ancora sulla propria pelle e nell’anima il marchio della follia nazista. Attività e momenti fermati in quelle immagini che oggi scorrono silenziose su uno schermo, testimonianza muta di
un lungo, sistematico impegno al quale l’ANRP ha dedicato e continua a dedicare il suo paziente lavoro per la ricostruzione dei fatti e per rendere vivificante la memoria.
“Loro”, i sopravvissuti ai lager, sono presenti anche in questa occasione ma, fatto del tutto nuovo, non parleranno, bensì potranno finalmente “sedersi e
ascoltare”. Sono lì, allineati in un lato nell’abside, tra le bianche colonne e le vetrate di alabastro.
Riconosciamo tra i deportati e internati militari Michele Montagano e Olindo Orlandi; tra i deportati per motivi politici Nicolangelo Ciamarra; tra i deportati ebrei, sopravvissuti alla Shoah, Joseph Varon.
Dall’altro lato del semicerchio, siedono Franca Coen, nella doppia veste di testimone delle discriminazioni razziali e di delegata del Sindaco di Roma; a
seguire, Benedetto Carucci, preside del Liceo ebraico Renzo Levi di Roma, Anna Maria Isastia, docente di Storia Contemporanea all’Università la Sapienza, nonché presidente vicario della Fondazione ANRP, e Francesca Pietracci, curatrice dell’evento. Distinguiamo, inoltre, alcuni rappresentanti dell’intellighentia
della Comunità
ebraica Scialom
Bahbout, rettore
della Touro
University di
Roma, a cui
più tardi, appena
giunti da New York, si uniranno
Simcha Fishbane, docente
di Sociologia e Antropologia
delle Religioni, responsabile
delle sedi all’estero del Touro
College di N.Y., e il rabbino
Rafael Butler, presidente della
Fondazione AFIKIM.
Dall’altra parte, nella platea, siedono
in mezzo ai giovani il sen.
gen. Umberto Cappuzzo, presidente
dell’ANRP e l’avv.
Adalberto Zocca, vicepresidente
nazionale dell’ANMIG, in rappresentanza
del padrone di casa,
sen. Gerardo Agostini, e numerosi
deportati e internati nei
lager nazisti e reduci della
Seconda guerra mondiale.
E poi ci sono loro, i giovani studenti
delle scuole romane: da
quella ragazza con la capigliatura“etnica”, acconciata pazientemente
in tante treccine colorate,
a quell’adolescente dal colorito
scuro, o a quell’altro giovane
dagli occhi a mandorla, eccoli lì,
variegati nelle loro straordinarie
fogge di vestire, così creative e
variamente assemblate, accorsi
puntuali per dar vita a questo
incontro un po’ particolare: un
forum in cui far sentire la loro
voce, diventare “i nuovi testimoni”.
A scuola, guidati dai loro insegnanti,
hanno letto, visto, ascoltato.
Alcuni sono andati proprio
là, nei luoghi dove la tragedia si è perpetrata; altri hanno raccolto
la testimonianza di coloro che
certe tragiche vicende le hanno
vissute in prima persona; tutti si
sono documentati sui canali più
immediati e più moderni della
comunicazione, aprendosi a
emendamomenti
di riflessione individuale
o collettiva. Oggi, sono
stati invitati ad essere loro i protagonisti,
latori di quel messaggio
che, partito dalla generosità
dei diretti testimoni, è giunto
alle loro giovani coscienze, è
stato metabolizzato, fatto proprio,
promotore di un percorso
nuovo, di una nuova progettualità
di vita e di un serio impegno
per costruire un futuro migliore.
Le finalità dell’incontro e lo spirito
che lo dovrà animare sono
illustrate da Anna Maria Isastia,
che, mettendo in rilievo, visto il
particolare contesto, il suo ruolo
di docente, apre il Forum con
una sollecitazione agli studenti:
un invito ad “appropriarsi della
storia”, a rielaborare, a capire
quel che è successo e perché è
successo; a non studiare solo
accontentandosi di prendere un
bel voto, ma “rendere vivo ciò
che si studia”.
Francesca Pietracci, nella sua
funzione di coordinatrice degli
interventi, prima di dare il via a
questo incontro tra due generazioni,
pone l’accento su un“cambiamento di stile”, una
svolta determinante per dare “un
nuovo impulso ad andare avanti”.
Fa presente che oggi i protagonisti
saranno i giovani, pertanto
lo spazio temporale sarà
lasciato soprattutto a loro; un
semplice, delicato suggerimento
per i “grandi” che interverranno
man mano nell’arco della mattinata.
E tutto, infatti, si svolge in modo
molto soft, diremmo quasi informale.
Franca Coen, con un tono
di voce pacato, rievocando i 40
anni trascorsi dagli ebrei nel
deserto, quel lungo momento di
passaggio dalla schiavitù alla
libertà, fa un accostamento
alla memoria odierna, che solo a
distanza di sessant’anni ha visto
dei
testimoni cominciare
a scrivere,
a parlare.
È necessario
che trascorra
del tempo,
un lasso di
tempo ragionevole
per costruire un mondo
nuovo, quel mondo fatto dall’armoniosa
mescolanza di esseri
umani dai diversi tratti somatici
e dalle diverse culture. La bellezza
dell’incontro.
“La memoria degli ebrei e degli
altri non è la stessa cosa”, fa
notare il preside Benedetto
Carucci. Chi ha vissuto, non può
dire di “fare memoria”, bensì
“fa vita”. Fa memoria chi osserva
i fatti a distanza e quei ragazzi
del Liceo ebraico che per
primi si presentano sul palco
sembrano aver ben capito la sottigliezza
di questa affermazione.
Sono quattro, tre ragazze e un
ragazzo. Parlano del bisogno di
fare la differenza tra il termine“olocausto”, in cui è implicito il
significato di “sacrificio” e“shoah”, cioè “sterminio, genocidio
sistematico, perpetrato con
la moderna tecnologia”.
Riflettono sulla shoah, quella“ferita profonda nella storia”;
parlano di responsabilità; esortano
a vigilare, perché la storia
ripete i suoi errori, come testimoniano
gli orrori delle più
recenti epurazioni etniche nei
Balcani, in Ruanda, in tante parti
del mondo dove sono calpestati
quotidianamente i diritti umani.
E quel ragazzo diciassettenne, il
capo coperto dalla “kipà” tirata
fuori dalla tasca e poggiata in
testa con gesto veloce, spontaneo,
ma fortemente identitario,
scandisce più volte anaforicamente
quella parola, SHOAH,
legata a una riflessione personale,
a un pensiero, a un’associazione
emotiva. Un “flusso di
coscienza”in cui la parola
SHOAH, pronunciata con forza,
non è più retorica, ma diventa
punto di partenza, impegno. È
sempre lui che, poco dopo, si
siede al pianoforte per accompagnare,
con improvvisate melodie
di sottofondo, tre ragazze del
Liceo Mamiani. È stata un’idea
di Maria Laura Angioni quella
dell’accompagnamento musicale.
La sua bravura nel coinvolgere
gli studenti l’abbiamo apprezzata
in diverse occasioni; anche
oggi si è data da fare, in sordina,
per regalarci un’emozione in
più. Visto il pianoforte in sala,
ha cercato qualcuno che sapesse
suonare e quell’adolescente
dagli occhi celesti e dalla faccia
pulita ha accettato con il batticuore.
“Papà… devo suonare,
devo improvvisare!” ha mormorato
al padre che, seduto in
mezzo al pubblico, ha già gli
occhi lucidi per quelle parole
che lui, il figlio, ha pronunciato poco prima con tanta convinzione,
testimoniando di aver recepito
l’importanza del messaggio,
la trasmissione orale dei sacri
valori familiari e sociali.
Le ragazze del Mamiani sembrano
aver recitato da sempre,
come delle attrici provette:
hanno la voce chiara, impostata,
espressiva. La “memoria” dei
fatti ce la fanno rivivere attraverso
dialoghi, da loro stesse
elaborati e scritti a scuola durante
il periodo dell’autogestione:
voci di tante persone, donne,
uomini, bambini simulano situazioni,
momenti di concitazione,
di subdolo inganno, di violenza;
interrogativi, paura dell’ignoto,
momenti di angoscia, sentore di
morte. Emozioni in parole. Un
excursus storico a tre voci. In
particolare si soffermano su quei
settecentomila deportati, militari
e civili, internati nei lager nazisti, sulla loro
assurda vicenda
dopo quel
fatidico 8 settembre
1943.
Uno scrosciante
applauso sottolinea
la commozione
del pubblico.
Gli interventi, magistralmente
guidati da Francesca Pietracci, si
susseguono con straordinaria
naturalezza. I giovani, con la
loro serietà ma soprattutto con la
loro spontaneità sono stati capaci
di sciogliere il ghiaccio.
Scialom Bahbout, la Bibbia in
mano, dopo aver accennato a
quanto fosse importante per gli
ebrei durante la loro cattività
recitare i salmi ogni giorno, un
modo per sentirsi “umani” in
una situazione aberrante in cui
l’essere umano era svuotato
della sua “umanità”, depone per
qualche minuto la sua autorevole
veste di docente e si lascia ben
convincere a cantare il salmo 23,
dopo averne recitato i versi in
lingua italiana: “…Se dovessi
camminare in una valle oscura,
non temerò alcun male…”
È la volta dei ragazzi del Liceo
Sisto V. Sono quattro giovanissime
studentesse a salire sul
palco. In una armonica alternanza
di voci si sussegue il racconto
di pensieri, di riflessioni e di
rielaborazioni di testimonianze
lette o ascoltate. L’emozione tradisce
una di loro, che ad un certo
punto non ce la fa più a parlare.
Una compagna del quartetto,
con grande disinvoltura, le viene
in aiuto e tutto si conclude con
un bell’applauso.
Di rilevanza internazionale l’intervento
del professor Simcha
che illustra il progetto del rabbino
Butler presentato al senato
degli Stati Uniti, “ONE SOUL”
(Quando l’umanità fallisce), una
mostra itinerante sulla Shoah, in
cooperazione con U.S.Army
Center of Military History.
Rafael Butler, dal canto suo,
parla della memoria, distinguendo
il “ricordare” dal “non
dimenticare”; la memoria
costante, quotidiana che si traduce
in impegno di vita attraverso
varie iniziative, come quelle
di volontariato. Racconta un
viaggio in pullman ad Aushwitz
con gli studenti e la dolorosa
sorpresa dei ragazzi quando
hanno scoperto, leggendo l’elenco
delle vittime deportate e
morte in quel lager, il nome del
proprio nonno, di tanti nonni
provenienti da tutta Europa, tutti
sullo stesso treno. Come poter
sorridere “dopo”?
Un ragazzo del Liceo Spallanzani
di Tivoli pone una domanda
ai testimoni che finora hanno
ascoltato in silenzio: quale traccia
abbia lasciato nella loro vita
l’esperienza vissuta nel lager,
come sia stato possibile per loro
convivere con tale ricordo.
Joseph Varon rievoca la vita
tranquilla della piccola comunità
ebraica di Rodi, prima che
fosse sconvolta dalla tragedia.
Come giustificare l’odio millenario
nei confronti degli ebrei?
Perché equivocare la scelta di
una vita non di promiscuità,
fraintendendone il significato e
interpretandola come orgoglio?
L’emozione e la fatica del ricordo
gli spezzano la voce.
Francesca Pietracci interviene
prontamente e invita Michele
Montagano, seduto lì accanto, a
dare anche lui la sua testimonianza.
E ancora una volta, come ha
fatto tante volte in tante scuole
di fronte ad una platea di studenti,
il “nostro” reduce di
Campobasso, deportato e internato
nei lager nazisti KZ, con
voce chiara racconta…
Rosina Zucco
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La memoria collettiva e la letteratura
specialistica hanno tentato in modi
diversi di eludere il significato più profondo
dell’Olocausto, riducendolo ad
un episodio di storia millenaria dell’antisemitismo
o considerandolo un incidente
di percorso, una barbara ma temporanea
deviazione nella via maestra
della civilizzazione. In entrambi i casi la
patologia evocata non chiama in causa
la condizione “normale” della nostra
società.
Sono passati diversi anni da quando
molti di noi hanno sentito il bisogno di
lavorare sulla Shoah e sui temi legati
alla Memoria. Si può dire che fin dall’inizio
si è trattato di un impegno quotidiano legato alla necessità di comprendere
non solo i fatti storici, ma anche i meccanismi che incidono sulla sfera del
contemporaneo. Il primo approccio, naturalmente, è stato quello di ascoltare i
testimoni diretti, di raccogliere le loro storie, di ricostruirne il contesto. Il risultato
immediato è stato quello di immergerci nella dimensione di una umanità
nuda e di cercare un livello zero dal quale poter iniziare un dialogo. Come sottolineato
più volte, il racconto di queste donne e di questi uomini esula dal giudizio,
il loro ricordo si muove in una dimensione atemporale, le loro parole
irrompono nel nostro quotidiano e nell’intimità della nostra persona. La consapevolezza
di dover appartenere tutti alla stessa umanità diventa lacerante.
Eppure, mi sono sempre chiesta perché una storia così inconcepibile e distante
dalle nostre vite ha sempre il potere di scuoterci così fortemente e di farci sentire
comunque parte in causa. Con il passare del tempo il motivo di tutto ciò
sembra diventare sempre più chiaro, si tratta della percezione e della comprensione
dei meccanismi e dei metodi che un gruppo di persone ha messo in atto
per privare di significato il valore stesso della vita di altri esseri umani.
Individuare tali dinamiche, di conseguenza, comporta il fatto di saperle riconoscere
e di avvertirne il pericolo anche in contesti diversi. Se dunque nei campi
di internamento e di sterminio ciascun deportato veniva considerato “un pezzo”,
un numero impresso sul braccio, la prima operazione effettuata dai nazisti consisteva
nel negare a ciascuno di loro la propria dignità sottraendolo al contesto
dell’umanità. I prigionieri venivano concepiti come cose, oggetti privi di sentimenti,
di capacità critica, di volontà e di capacità relazionali. E’ inquietante
dover constatare come oggi tali sottrazioni della personalità rappresentino un
pericolo comune e dilagante, un processo non più esercitato dall’esterno da
mandanti appartenenti ad uno stato totalitario, ma un processo indotto dal nostro
complesso sistema che rende l’individuo stesso partecipe di tale operazione. Ciò
che sopravvive del vecchio nemico sono solo i meccanismi e i metodi che si insinuano
all’interno dell’essere umano trasformando ciascuno in vittima e in carnefice.
Il risultato è il comparire di stati di dipendenza che circoscrivono e isolano
ciascun individuo facendolo sentire solo contro tutti, sempre più incapace
di intrattenere rapporti, sempre più concentrato sul proprio disagio e sulle proprie
frustrazioni. La causa di tutto ciò viene percepita come l’unico rimedio e
consiste in un esercizio costante verso la perdita del senso della realtà, verso
l’alienazione attraverso strumenti che riproducono la realtà, la spettacolarizzano
e, alterandola, la fanno sembrare più vera. “Gettati in una sorta di avvicendamento
perenne di immagini, impossibilitati ad avvertire quali riportano i fatti e
quali li stanno inventando, ci vorrebbe davvero un balzo potente per cercare di
riaffermare ciò di cui siamo stati defraudati: l’esperienza di un mondo fattuale
che resiste alla mediatizzazione”
Ed è proprio a questo punto che le nostre vite, in maniera più o meno inconsapevole,
entrano a far parte di un circuito di asservimento volontario. Le leggi del
mercato si capovolgono non rispettando più la legge della domanda e dell’offerta,
ma introducendo la strategia di imporre l’offerta attraverso la creazione della
domanda. La politica elude la partecipazione attiva dei soggetti a cui si rivolge
diventando gossip, soup opera, thriller, e trasformando tutti in spettatori.
“Come se la fiduciosa convinzione di Arendt, per la quale nessuna finzione è
tanto grande da occultare in maniera totale- e politicamente efficace - la realtà,
fosse davvero svanita nel nulla, proprio perché ciò a cui oggi assistiamo è l’efficacia
politica delle finzioni – ideologiche e mediatiche – pur di fronte allo svelamento
della loro falsità”.
Ecco allora che, anno dopo anno, il convincimento e l’utilità di celebrare il
Giorno della Memoria accrescono e, pur diminuendo il numero dei testimoni
diretti, le manifestazioni aumentano di numero, di interesse e tendono ad occupare
più giorni e più settimane. Possiamo affermare che questo è diventato un
vero e proprio periodo di comunicazione, sia interpersonale che mediatica, di
controtendenza. Le testimonianze generose, quanto sofferte, dei testimoni hanno
provocato risposte sempre più numerose. Il loro legame con i giovani è forte e
vero e produce una quantità di riflessioni profonde.
Dalla valutazione di questi aspetti è nata l’idea di creare un evento capace di
diventare un contenitore per ospitare un forum degli studenti delle scuole medie
superiori di Roma e Provincia. Si è trattato, in qualche modo, di ribaltare la prospettiva
e di chiedere a ragazzi, che per la maggior parte avevano già realizzato
progetti di studio sull’argomento della Shoah e della Memoria, o che avevano
partecipato alle visite guidate ai luoghi dello sterminio, di confrontare le proprie
esperienze tra loro, alla presenza di testimoni diretti, di insegnanti, di politici e
di responsabili di istituzioni internazionali impegnati su questo campo.
Francesca Pietracci
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