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STOP DALL’AJA
PER I
RISARCIMENTI ALLE VITTIME DEL NAZISMO
I DIRITTI DEGLI
STATI PREVALGONO SUI DIRITTI UMANI
Oggi poco si
ricorda delle 695 stragi, compiute dai nazifascisti in
tutto il territorio nazionale, tra il marzo e il settembre
1944, dove furono trucidati migliaia di inermi civili:
donne, bambini e vecchi. Ancora meno si conoscono le
violenze subite da centinaia di migliaia di militari e
civili italiani che, dall’8 settembre 1943 all’8 maggio
1945, furono deportati ed internati nei lager nazisti per
essere destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra
del Terzo Reich.
Neppure si
ricorda la sentenza
emessa
dalla nostra Corte di Cassazione nel 2004, che era stata
considerata un
“precedente
storico” in quanto, se si omette il precedente della
Grecia (con esclusivo riferimento al massacro di Distomo),
nessun Paese al mondo aveva mai permesso di coltivare cause
di risarcimento civile nei confronti di uno stato sovrano,
nella materia di atti detti “iure imperii”, in
ottemperanza alla clausola dell’immunità giurisdizionale.
La
sentenza sanciva che: l’immunità dello Stato tedesco dalla
giurisdizione italiana cessava, laddove si trattava di gravi
crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, come la
riduzione in schiavitù. Questo era, ad avviso della Suprema
Corte, “il punto di rottura dell’esercizio tollerabile
della sovranità” di uno stato.
La Corte
internazionale di giustizia dell’Aja, venerdì 3 febbraio
2012, con sentenza annunciata con amaro tempismo il 27
gennaio 2012 “Giorno della Memoria”,
invece
ha dato
ragione alla Germania, che a gran voce, sì questa volta, si
era appellata al rispetto del diritto internazionale!
Peccato che non lo avesse fatto anche nella Seconda guerra
mondiale.
La Corte
internazionale ha recepito quindi tutti i punti del ricorso
presentato dalla Germania dove accusava l'Italia e il suo
sistema giudiziario di “venire meno ai suoi obblighi di
rispetto nei confronti dell'immunità di uno stato sovrano
come la Germania in virtù del diritto internazionale”.
L’Aja
così ha perso una buona occasione per imprimere alla
sentenza un taglio conforme al progresso in corso, dato
invece dalla sentenza della nostra Corte Suprema, nel
condannare criminali e crimini contro l’umanità e nel
riconoscere le riparazioni dovute alle vittime.
La Corte
internazionale, presieduta dal giapponese Hisashi Owada, ha
poi concordato con la richiesta di Berlino di “ordinare
all’Italia di prendere tutte le misure necessarie affinché
le decisioni della giustizia italiana che contravvengono
alla sua immunità siano prive d’effetto e che i suoi
tribunali non pronunzino più sentenze su simili casi”.
Nel contempo però il Tribunale dell’Aja non ha mancato di
sottolineare: “La Corte ritiene che le richieste
originate dal trattamento degli internati militari italiani,
insieme a altre richieste di cittadini italiani finora non
regolate, possano essere oggetto di un ulteriore negoziato
tra gli stati convenuti”, tra Germania e Italia.
Il
contenzioso tra Germania e Italia era iniziato nel dicembre
del 2008, quando Berlino aveva deciso di ricorrere contro
il diritto per le vittime dei crimini nazisti ad essere
risarcite, diritto derivante dalla sentenza della nostra
Cassazione dell’ottobre dello stesso anno.
Il
ricorso all’Aja della Germania era stato paradossalmente
concordato col governo Berlusconi, con tanto di comunicato
congiunto sul comune interesse a un autorevole “chiarimento”,
mentre l’allora ministro degli esteri Franco Frattini
definiva “pericolosa” per la stabilità dei rapporti
internazionali la giurisprudenza della Cassazione: dove si
sarebbe andati a finire se ogni privato cittadino che si
ritenesse danneggiato da crimini di guerra potesse ricorrere
in giudizio contro gli stati colpevoli?
Mentre
ora, meglio tardi che mai, Frattini dichiara: “Dov’è
finito il coraggio della Corte dell’Aja. Il verdetto di una
Corte va certamente sempre preso con rispetto, ma molti
restano i rischi. Come quello di
creare un pericoloso precedente di scarsa attenzione verso
le vittime dei crimini di guerra. Mi chiedo come può un
organismo internazionale così attivo ed influente nella
tutela della persona umana essersi dimenticato dei diritti
della parte offesa”.
Diplomatica è stata la risposta della Farnesina, dopo la
lettura della sentenza, durata circa 80 minuti. Il neo
ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha
dichiarato: “Rispettiamo la sentenza emessa oggi dalla
Corte Internazionale di Giustizia. I suoi contenuti non
coincidono con le posizioni sostenute dall’Italia ma
riteniamo che la pronuncia fornisca un utile contributo di
chiarimento soprattutto alla luce del riferimento che la
Corte fa all’importanza di negoziati tra le due parti per
individuare una soluzione”. “In questo senso –
ha proseguito Terzi di Sant’Agata – l’Italia intende
proseguire, come fatto sinora, ad affrontare insieme alla
Germania tutti gli aspetti che derivano dalle dolorose
vicende della Seconda guerra mondiale, in una prospettiva di
dialogo e di tutela delle istanze di giustizia delle vittime
e dei loro familiari”.
Da parte
nostra, prendiamo atto, delle buone intenzioni del Ministro,
ma non possiamo tacere che abbiamo visto in Italia ministri
e magistrati alacremente impegnati a insabbiare. Abbiamo
avuto il precedente governo che, pur di “non dispiacere”
Berlino sulla via della Corte dell’Aja, ha emanato un
discutibile decreto per sospendere tutti gli atti esecutivi
disposti in vista del rimborso delle vittime fino alla
sentenza della Corte internazionale. Il governo Monti si è
precipitato, prima della sentenza, a prolungarne, col
decreto “mille proroghe”, la vigenza di quella
leggina blocca-risarcimenti che sarebbe scaduta il 31
dicembre scorso.
Ormai
sono sessantasette anni che le vittime e i loro congiunti
attendono giustizia, quindi ora ci aspettiamo “fatti”
come l’inclusione degli internati italiani nel programma
degli indennizzi tedeschi da cui sono stati pretestuosamente
esclusi e il vedere compensati i familiari delle vittime
delle stragi.
Da parte
tedesca, tramite il ministro degli esteri, Guido Westerwelle,
si apprende: “Accolgo positivamente il giudizio odierno
della Corte internazionale di giustizia che conferma la
nostra concezione del diritto sotto il profilo della
immunità degli Stati. Un chiarimento non era solo
nell’interesse tedesco – ha aggiunto – ma piuttosto
nell’interesse della comunità internazionale. E’ bene che
noi abbiamo ottenuto una certezza del diritto”.
Il
giudizio “non è contro le vittime del nazismo”, la
cui “sofferenza” è “già pienamente riconosciuta
dal governo tedesco” – ha aggiunto ancora Westerwelle
– “Applicheremo tutte le questioni inerenti a questo
giudizio in collaborazione con i nostri amici italiani,
nello spirito di relazioni bilaterali strette e di piena
fiducia”.
Peccato
che i diritti dei sopravvissuti e delle famiglie dei morti
delle stragi naziste e dei deportati e internati (militari e
civili) italiani nei lager del Terzo Reich – vittime di
gravi crimini di guerra e contro l’umanità, come la
riduzione in schiavitù – ancora oggi non trovino
cittadinanza e giustizia da nessuna parte.
Il tempo vola e
i ricordi del passato si offuscano in ciascuno di loro, dei
loro figli e dei loro nipoti, che non molto conoscono in
genere di questa tragedia, poiché anche le istituzioni hanno
taciuto o mistificato il vero per ragion di Stato.
Si dice che la
storia come la memoria debba servire da antidoto per
illuminare il presente e preparare il futuro, ma purtroppo
detti “avvenimenti” non sono parte del comune senso storico
e rischiano di scomparire con la sentenza dell’Aja.
Tutto ciò deve
far pensare, perché “la storia”, come scrive il
Droysen, “ci dà la coscienza di ciò che siamo ed abbiamo”.
La rimozione
forzata di questi anni non può e non deve cancellare vicende
individuali e avvenimenti collettivi che il tribunale di
Norimberga aveva già giudicato crimini contro l'umanità.
Enzo
Orlanducci
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