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A Cefalonia, «isola della morte» per migliaia di soldati
italiani, si sono incontrati, nel settembre dello
scorso anno, 60° anniversario della più grande eliminazione
di massa di prigionieri di guerra dopo una battaglia
della seconda guerra mondiale, testimoni, protagonisti,
superstiti, studiosi, giornalisti, politici, di Grecia,
Germania e Italia. In due giorni intensi e tesi si
sono confrontati ricordi, analisi, discussioni, interpretazioni,
ma si sono anche riaccese polemiche e rinfocolati
non superati punti di contrasto e di diversità di
opinioni.
Ora il tutto può essere letto e ripercorso nel volume
impeccabilmente curato da Enzo Orlanducci
"Cefalonia 1941-1944. Un triennio di occupazione".
Il contributo della popolazione locale (Anrp, Roma
2004, pp. 188) appena uscito e che si presenta domani
alle 17 al Circolo Ufficiali in piazza Plebiscito.
Vi si possono trovare raccolti, in nitida e incisiva
sequenza, i contributi di chi, come Paolo Paoletti,
sembra inchiodare alle sue pesantissime responsabilità
il generale Gandin, o come Massimo Filippini, incline
a insistere sulla grave crisi disciplinare invalsa
nella truppa e collegata allo «sfaldamento morale»
indotto dall’8 settembre, o come Marcello Venturi,
che stigmatizza il comportamento dei tedeschi o lamenta
la sorte dei «ragazzi del ’43». Infine, le posizioni
dei greci Sakkàtos, Apostolàtos e Loukàtos, più attenti
a sottolineare il contributo del popolo di Cefalonia
durante gli avvenimenti del 1943; in qualche modo
connessi a questi sia la testimonianza di Elio Sfiligoi,
sia lo «scavo» della brillante ricercatrice napoletana
Isabella Insolvibile, sulla seconda resistenza di
Cefalonia.
Io sono tra gli storici convinti che la terribile
vicenda pesi ancora come un macigno, e però ormai
è possibile registrare una serie di elementi positivi
che incoraggiano migliori prospettive future. È idea
condivisa che Cefalonia sia l’emblema degli errori
e degli orrori delle guerre e delle dittature; e che
nel massacro di 60 anni fa vada ricercato il principio
di una rinata coscienza nazionale e l’avvio della
resistenza europea al nazifascismo, come ricordato
dallo stesso Presidente Ciampi.
Dunque, è ora di proporre con forza un gemellaggio
ideale tra Napoli e Cefalonia, teatri entrambi della
«prima resistenza» dentro e fuori d’Italia (le Quattro
Giornate di Napoli si compiono quasi negli stessi
giorni in cui matura l’orrenda strage di massa nell’isola
ionica). È giusto, del resto, impegnare ogni energia
per sostenere quanto lì si è fatto e si va facendo,
riguardo al Museo-Laboratorio didattico impiantato
per il momento con mezzi e in sede di fortuna. Ciò
aiuterebbe non poco a contrassegnare Cefalonia, in
sede europea, come isola della pace e della memoria,
dove svolgere ogni anno, nella seconda metà di settembre,
scuole estive, convegni, seminari, corsi internazionali,
performances artistiche, grandi raduni giovanili,
nel segno del rifiuto di ogni violenza e per costruire
un mondo «nuovo e diverso». |