Notiziario
NIP - News ITALIA PRESS agenzia stampa
- N° 54 - Anno XI, 18 marzo 2004
Deportati
italiani in Germania:
la storia 'ritrovata'
A
stabilirlo è una sentenza della Corte di Cassazione
italiana:
i giudici italiani potranno giudicare le richieste danni
alla Germania
Berlino
– E' caduta l'immunità degli Stati stranieri
per i crimini contro l'umanità. A deciderlo è
stata la Corte di Cassazione italiana con una sentenza
emessa nei giorni scorsi sul caso di Luigi Ferrini, 78
anni, deportato nel lager di Kahla il 4 agosto 1944 e
costretto a lavorare nella costruzione di aeroplani e
missili per conto del terzo Reich.
"Con questa sentenza, la 5044, qualsiasi giudice
italiano potrà ordinare al governo della Repubblica
Democratica Tedesca il risarcimento di tutti quegli italiani
deportati e costretti a lavorare in Germania, nell'industria
bellica, durante la guerra", spiega l'avvocato di
Ferrini, Joachim Lau, da vent'anni in Italia e patrocinante
della causa dal 1998. Finora le richieste di indennizzo
erano sempre state respinte in base al principio dell'immunità
riconosciuta agli Stati stranieri nell'esercizio della
loro sovranità. Questa sentenza è solo l'ultimo
atto di un complesso mosaico che coinvolge i più
profondi sentimenti umani, la ragione di stato, i rapporti
politici fra Italia e Germania e qualcosa come 900 milioni
di euro. Tanto infatti potrebbe costare al bilancio tedesco
l'ultima decisione della giustizia italiana. La Cassazione
ha sostenuto che i fatti posti a fondamento del ricorso
non costituivano episodi isolati, ma corrispondevano ad
una precisa strategia perseguita in quell'epoca dallo
Stato tedesco.
"La nostra speranza è che, adesso, i governi
di Roma e Berlino riescano a trovare una soluzione equa
per rimborsare quei 120 mila italiani che hanno chiesto
il rimborso per il periodo di lavoro coatto", afferma
Enzo Orlanducci, Presidente dell'Associazione Nazionale
Reduci dalla Prigionia dall'Internamento e dalla guerra
di Liberazione (Anrp), ente morale impegnato in . Secondo
Orlanducci la portata epocale della sentenza risiede nel
fatto che "di fronte a crimini internazionali l'immunità
funzionale degli organi dello Stato non può essere
invocata. Pertanto la Germania non ha il diritto di essere
riconosciuta immune dalla giurisdizione del giudice italiano".
Un problema spinoso se si considerano i numeri della questione:
110 mila sono gli ex-internati militari italiani (Imi),
al 31 dicembre 2001 (termine entro il quale andava presentata
la domanda di risarcimento), ne risultavano viventi 99
mila; 7 mila sono gli ex-internati civili (6500 viventi,
500 eredi); 2.050 gli ex-lavoratori in condizioni di schiavitù
(1770 viventi). Probabilmente è anche per questo
che l'Ambasciata tedesca a Roma ha preferito non commentare
la sentenza poiché: "E' una decisione del
tribunale italiano, noi non possiamo dire nulla".
"Di tutte le 110 mila domande presentate –
continua Lau - ne sono state accolte solo tre mila, quelle
dei perseguitati per motivi razziali e religiosi. Ognuno
di questi ha diritto a un rimborso di 7500 Euro, secondo
una cifra simbolica decisa dal governo di Berlino e la
cui erogazione è affidata, previo esame della domanda,
alla Fondazione per la Memoria Responsabilità e
Futuro istituita nel 2000 dal governo tedesco che paga
i debiti pregressi con diversi partner. Nel caso dei deportati
italiani è toccato all'Organizzazione Internazionale
per l'Immigrazione di Ginevra". In base a questa
legge vengono riconosciuti i danni solo a quanti hanno
lavorato nell'industria bellica e non ai prigionieri di
guerra che venivano loro affiancati nei campi di lavoro
forzato. Secondo il governo tedesco, infatti, gli italiani
non erano deportati ma prigionieri di guerra e quindi
esclusi dal beneficio di questa fondazione. Per ovviare
a questa situazione sono stati presentati, dallo stesso
Lau, quattromila ricorsi al tribunale amministrativo di
Berlino. "Noi adesso vogliamo fare un tentativo con
il governo tedesco per rimediare a queste quattro mila
cause, inoltre un eventuale accordo potrebbe essere esteso
agli altri. Se le trattative extra-giudiziare dovessero
fallire dovrò consigliare ai miei assistiti di
rivolgersi alla giustizia italiana", continua Lau.
Ma non è tutto: anche l'Anrp ha presentato, tramite
il suo Vice-Presidente Michele Montagano, un ricorso alla
Corte Costituzionale tedesca contestando l'illegittimità
della legge istitutiva della Fondazione. "E' stato
un solo cittadino, Montagano, a presentare il ricorso
in Germania perché secondo la legge tedesca non
possono essere più cittadini insieme a presentare
un'unica causa", spiega Orlanducci. La storia di
Montagano, oltre tutto, è singolare perché
si tratta di uno dei pochi lavoratori che è riuscito
a prendere il 50% della somma come lavoratore in Germania.
Nel 1943, a differenza di suo padre, che aveva scelto
di aderire alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini,
Montagano aveva deciso di rimanere fedele con i badogliani
perché "per i tedeschi non avrei mosso più
nemmeno un dito ", arrivando a scontare questa scelta
con la deportazione nei diversi campi di Thorn, Tarnapol,
Sieldce.
"Nell'ultimo inverno, quello del '44-'45 con altri
quarantoquattro ufficiali ci rifiutammo di lavorare nell'aeroporto
di Dedelsdorf effettuando un vero e proprio sabotaggio.
Dopo alcuni giorni giunge al campo ufficiali un reparto
di SS che prelevano a caso 21 ufficiali da punire severamente
per aver violato le leggi del Fuhrer. Se devo morire morirò
da eroe, pensavo. Adesso ci rido sopra, ma all'epoca,
quando si aspettava il plotone di esecuzione, si respirava
un'atmosfera da martirio, anche perché ci lasciarono
sotto la pioggia per nove ore, al freddo invernale, senza
dirci nulla. Poi abbiamo saputo di essere stati non condannati
a morte ma al carcere a vita da scontare nel campo di
rieducazione al lavoro". Al proposito, Orlanducci
ricorda che proprio i cinquantasei giorni trascorsi da
Montagano nel campo di prigionia sono oggetto del ricorsi,
fermo "da molto tempo" in una sacca dimenticata
della memoria storica.
News
ITALIA PRESS