Deposta una corona alla Sinagoga di Roma dalla ANRP
per ricordare le vittime ebree di Unterluss

Storie di eroismo

Una giornata emozionante per il gruppo di ex detenuti del campo di lavoro A.E.L. di Unterluss in Germania. Una delegazione di 18 superstiti, guidata dal consigliere nazionale dell’ANRP Michele Montagano assieme al segretario generale Enzo Orlanducci, ha deposto una corona di alloro presso il Tempio Maggiore sulla lapide che ricorda il sacrificio degli ebrei durante il nazifascismo Alla breve cerimonia sono intervenuti il presidente della Comunità di Roma Leone Paserman, Aldo Pavia e Piero Terracina, in rappresentanza dell’ANED.
“Questo è un gesto dovuto e desiderato da molto tempo – ha spiegato Montagano, 83 anni portati con piglio e grande lucidità, nel corso del pranzo presso la Casa dell’aviatore – perché tutti noi ricordiamo con dolore quei giorni difficili per l’Italia, per noi uomini, privati di libertà, allorché prima come internati militari e poi come deportati politici per sabotaggio, sul posto del lavoro obbligatorio, abbiamo condiviso con decine di deportate ebree, in massima parte ungheresi la prigionia sino alla liberazione del campo si Alten Sothrieth, ch’era diretta dipendenza del più noto Bergen Belsen”.
Si fa serio, Montagano quando rammenta quei giorni, ma le immagini sono ancora così nitide, scolpite nella sua memoria che sente ancora la eco degli spari, “perché la liberazione per quelle povere ragazze fu l’incontro con la morte. Fu un bagno di sangue, e durante l’incendio delle baracche nel febbraio 1945, furono trucidate e falciate a raffiche di mitra. Ad oggi non abbiamo mai avuto notizia di qualche scampato a quella carneficina…”.
Certo l’incontro qui a Roma organizzato dopo 60 anni dal sottotenente Montagano regala emozioni e storie di vita vissuta, che non possono essere appieno comprese se non attraverso il racconto dei protagonisti di allora, quel gruppo di ufficiali italiani, la cui vicenda fu ripresa e rappresentata da Walter Molino, illustratore per la Domenica del Corriere nel 1947, con il titolo emblematico “Il silenzio eroico di 44 italiani”.
“In effetti il gesto di eroismo si concretizzò, dopo il rifiuto dei 214 ufficiali dell’esercito italiano di lavorare per la Wehrmacht tedesca nel campo di Bedeldorf - prosegue Montagano – nell’aver deciso la nostra fine per 44 di noi…e di sacrificare la nostra vita in luogo dei prescelti dalle SS, giunte nel frattempo, nel campo per eseguire le decimazioni e punire così l’insubordinazione. Dopo sei ore di attesa sospesi tra la vita e la morte, la pena per noi fu commutata nel carcere a vita e fummo trasferiti nel campo di Unterluss, tra i delinquenti comuni e la feccia umana, abbiamo dovuto prestare la nostra opera in quel campo di transizione e lavoro. Portavamo legna, spostavamo bidoni, lavori pesanti, e qui ho incontrato le giovanissime ragazze ebree, di sedici anni al massimo, che un giorno seppi scavavano le fosse nelle quali sarebbero state sepolte…”. Vengono i brividi al racconto dell’ufficiale, ma oggi qual è il suo sentimento verso la Germania? “Ho intentato la causa come ANRP, come persona fisica, militare e civile assieme a Ferrini, avendo il riconoscimento denominato dal codice KZ, alla Corte Costituzionale tedesca, e l’ho persa – conclude Montagano – ma i miei sentimenti patriottici di orgoglio e appartenenza all’Italia sono rimasti fedeli, rintracciabili in quel biglietto che scrissi sul carro bestiame che mi portava in Germania, e che spedii a mio zio Mario a Trieste. La mia coerenza e il mio attaccamento ai valori della libertà e della democrazia sono il testamento che lascio ai giovani assieme alla gagliardia e alla dignità che mi ha portato persino a dire a mio padre, capitano prigioniero per venti giorni con me nel campo, di tornarsene a casa, lui che poteva, essendo mussoliniano, perché di eroe in famiglia ne sarebbe bastato uno…ed io ero badogliano…”

Daniele Della Seta

Shalom - agosto 2004